Il nuovo mosaico della Natività

opera di Marko Ivan Rupnik

GESÙ

Gesù è vestito come sulla croce, con il perizoma, le mani sono aperte come sulla croce. Per poterci incontrare, il Figlio di Dio si spoglia della propria gloria divina e si abbassa fino alla morte (cf Fil 2,5). Nel Natale Egli già ci coinvolge nel mistero della sua Pasqua.

Gesù è adagiato nella mangiatoia. Non è indifferente che il Salvatore sia stato deposto in una mangiatoia, tant’è vero che San Luca la nomina per ben tre volte nel suo vangelo (Lc 2,7.12.16). La mangiatoia annuncia che il Figlio di Dio sarà distrutto sulla croce, come nella greppia viene distrutto il cibo. Ma dalla sua morte noi avremo la vita. Ci viene fatto intuire che già qui, a Betlemme, che significa “Casa del pane”, Egli, che dona la sua vita, è il vero Pane che ci dà la vita.

Il corpo del neonato è vulnerabile come lo sarà sulla croce, affinché noi possiamo risorgere ad una vita che non può più morire. Le fasce lo avvolgono come un giorno lo avvolgerà la sindone, affinché noi possiamo essere liberati dalla paura che ci tiene prigionieri (cf Eb 2,15). La sua culla è già una tomba, perché è nato per poterci raggiungere nei nostri sepolcri e tirarci fuori.

Accogliere questo bambino significa riconoscere l’umiliazione divina e anche il suo esito, che è la nostra divinizzazione.

Il processo dell’incarnazione è un abbassamento di Dio, un rinunciare alla sua gloria, un rinchiudersi, un nascondersi in un grembo e poi nascere piccolo e crescere, pur essendo per natura l’Eterno. E noi, qui, di fronte alla Natività, siamo invitati a rinunciare a nostra volta alle illusioni e false immagini che abbiamo di Dio, per poter aderire a lui, come veramente è: il Primo che ha occupato l’ultimo posto e si è fatto il servo di tutti; il più grande nel regno dei cieli che si è fatto un piccolo bambino.

MARIA

Da sempre l’uomo ha percepito la montagna come luogo della rivelazione di Dio. Inoltre, per noi cristiani, il monte – il Calvario – è anche il luogo della morte del Figlio di Dio. La massima rivelazione dell’amore di Dio, avvenuta sul Calvario, è stata possibile grazie alla sua incarnazione nel grembo di una donna: Maria di Nazaret. Su questo scenario, il mosaico fa vedere la Madre di Dio come cima del monte grazie al quale Dio si è potuto rivelare al mondo.

La figura della Madre accanto al Figlio non sta ad esprimere in primo luogo l’affettività, ma un mistero della fede.

Questo Figlio di Dio non è semplicemente sceso dal cielo, ma è nato dal grembo di una madre, ed è quindi vero uomo. Ma siccome è nato da un grembo verginale per la potenza dello Spirito Santo, è anche vero Dio, Figlio del Padre eterno, e sua Madre è vera Theotókos, Madre di Dio.

Lo sguardo della Vergine è sobrio e serio, perché contempla già la Pasqua del suo Figlio.

Il suo abito è blu e rosso, ad indicare l’umanità (blu) divinizzata (rosso).

Maria non stringe il Figlio a sé, ma lo sta già offrendo a noi.

Le tre stelle poste sul mantello di Maria rappresentano, secondo la tradizione, la sua realtà di sempre Vergine: prima, durante e dopo il parto.

GIUSEPPE

Giuseppe è avvolto in un mantello verde, il colore della creazione, perché è discendente di Adamo, figlio della terra. Come indica la mano sulla guancia, sta riflettendo su quanto è accaduto di straordinario. Guarda il cielo, verso il vero Padre del Bambino-Salvatore, interrogandosi: “Da dove viene questo bambino?”. La sua esitazione rappresenta i dubbi di tutta l’umanità che stenta a credere che il Figlio di Dio possa nascere con una genealogia umana. Ci vuole l’ascolto della fede per poter accogliere questo bambino e diventarne il custode. È necessaria la fede di Giuseppe – e la nostra – affinché Gesù possa crescere e compiere la sua missione di Salvatore.

Giuseppe tiene in mano un ramo secco, che ricorda la profezia di Isaia: “Un germoglio spunterà dal tronco di lesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici” (Is 11,1). Il regno di Davide, figlio di lesse, non c’è più, ne è rimasto solo un tronco secco. Ma la fedeltà di Dio non viene mai meno, la sua promessa è per sempre, perciò persino dall’albero già secco fa spuntare un germoglio: Gesù Cristo, figlio di Davide della ventottesima generazione (cf Mt 1,1-17).

La fedeltà di Dio è assoluta, ma non agisce secondo le nostre aspettative; è sempre una sorpresa.

IL CREATO

Senza l’esperienza del buio, non si può scoprire la luce. Cosi, simbolicamente, per il tempo della nascita di Cristo è stato scelto il periodo più buio dell’anno e l’ora più buia della notte per mettere in evidenza il contrasto tra la luce e le tenebre. Questo è il contesto in cui San Giovanni descrive la venuta del Verbo: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non possono contenerla (cf Gv 1,5).

Nell’arte liturgica questa luce è testimoniata dall’oro. L’oro, che nella natura conosciamo come il metallo più nobile, luminoso, incorruttibile e tenero, è la luce impastata alla materia ed è il simbolo della santità e della fedeltà di Dio. Basta un piccolo raggio di luce per far risplendere l’oro. Basta una piccola apertura del cuore verso la Luce e le nostre tenebre non sono più oscure e la notte diventa chiara come il giorno (cf Sai 139,12) perché illuminata dall’amore di colui che è fedele. Il luogo della nascita di Cristo diventa un incontro di due luci: quella che scende dall’alto e quella che viene dalla terra stessa, cioè dalla grotta illuminata da Gesù neonato.

Con la venuta del Figlio di Dio, si inaugura la trasfigurazione del creato e la terra diventa trasparente, lascia penetrare quella Luce che ci illumina e ci svela il senso di tutto ciò che esiste. Quando la materia è al servizio dell’amore non è più una realtà morta, ma viva e luminosa. Quando il creato accoglie il suo Signore, si riveste di bellezza.

Tutta la creazione partecipa a questo evento: gli astri celesti e le creature terrestri.

Se prima di Cristo si pensava che ciascuno nascesse sotto una stella da cui dipendeva il suo destino, con Cristo la stella si sottomette a lui e serve da indicatore per mostrare il luogo della sua nascita.

Cristo cioè ci libera dal determinismo cosmico. Non siamo figli della terra e nemmeno del caso: siamo liberi figli di Dio.

In rappresentanza delle creature animali ci sono l’asino e il bue, i due animali “profetici”, menzionati da Isaia e da Abacuc (Is 1,3 e Ab 3,2 LXX). Come dice la liturgia bizantina, la terra offre la grotta, gli animali mandano i loro rappresentanti, l’umanità ha dato la Vergine.

Tutto è riconducibile a Cristo, all’unico Signore.